Capitolo primo – Il furto

 

Blog cap. 1

Mattias fissava il volto dei due poliziotti venuti a riferire sul caso. In effetti non avevano niente da riferire. Al momento della scoperta del furto la camera numero 320, al terzo piano dell’Hotel, era completamente vuota, nessun particolare elemento che riconducesse al suo occupante.

Il cliente che l’aveva affittata per una settimana era stato visto da una sola persona, il portiere notturno, quando sette giorni prima, durante una notte piovosa, chiese un check-in senza prenotazione. Parlava poco, il viso coperto da cuffia, sciarpa e spessi occhiali da vista. Il portiere ci fece poco caso, data la pioggia. E forse anche perché aveva fretta di ritornare alla partita di poker semi clandestino con i facchini in turno quella notte.

La sera del furto i clienti, rientrati in camera dopo la cena di gala che si teneva ogni settimana prima della partenza domenicale di gran parte di loro, facevano la spiacevole scoperta che le casseforti all’interno delle loro camere erano state svuotate. Tutte quelle, almeno, dei clienti facoltosi noti in Hotel per la loro posizione di rilievo nei salotti bene delle città da cui stavano prendendosi una pausa.

All’arrivo della polizia fu subito chiaro, dopo un rapido controllo delle telecamere a circuito chiuso, che l’occupante (non più cliente visto che aveva abbandonato l’Hotel calandosi in maniera rocambolesca dal minuscolo balcone dalla sua camera senza saldare il conto), che l’occupante, appunto, della camera 320, al terzo piano, era il responsabile dei furti. Che il piano doveva essere stato programmato da tempo e che la conoscenza dell’hotel fosse così completa da far pensare ci fosse un informatore all’interno dell’hotel stesso.

Il personale – come nella migliore delle tradizioni – fu il primo indiziato. Una lunga notte di domande serrate a tutti i presenti e caffè a fiumi consegnò al mattino occhiaie evidenti e nessun progresso nelle indagini. A quanto pareva il ladro aveva agito da solo, sicuramente aiutato da una persona interna, ma chi? Nessun cliente, per quanto di vecchia data, avrebbe potuto avere una così precisa conoscenza dell’Hotel. Non restava che dare un giro di vite al personale presente durante la cena, a chi era fuori servizio e anche a vecchi dipendenti.

Un lavoro che i due poliziotti non avevano certo intenzione di svolgere in quel momento. Forse mai, vista la loro sempre più salda convinzione che sarebbe stato un lungo e faticoso impegno e che senza sapere nulla sull’individuo in questione, senza avere la più flebile traccia, il benché minimo segno, forse non si sarebbe mai arrivati a una conclusione. La convinzione che l’assicurazione avrebbe coperto la perdita, poi, li rendeva ancora meno propensi a darsi da fare.

Avete parlato con la cameriera? – Mattias, stanco per la nottata e tremendamente infastidito per le imprecazioni del Dott. Crasso, cliente dell’hotel dal 1978, che si sentivano oltre la porta della direzione, chiese ai poliziotti.

Sì, certo. Abbiamo parlato con tutto il personale. Nessuno ha mai visto l’indiziato di persona, oltre al portiere. Abbiamo controllato l’orario d’ingresso delle cameriere ai piani, lui è sempre uscito prima della loro entrata in servizio. Vista la difficoltà del portiere notturno nel descriverlo, è difficile stabilire grazie alle telecamere se sia entrato o uscito a viso scoperto. Dovremo vagliare ore di registrazioni, comparando ogni viso con i clienti presenti, con il personale, eventuali passanti o corrieri.

Mattias si volse verso il concierge, presente al colloquio, un’idea non smetteva di tormentarlo.

Marco, chi abbiamo al terzo piano? Maria Sole, giusto?– chiese.

Il ragazzo rispose con un leggero imbarazzo: – Ehm, Direttore, in realtà Maria Sole la scorsa settimana si è assentata per un piccolo infortunio. È stata sostituita da una collega. 

Mattias improvvisamente sentì che la temperatura della stanza si faceva più calda. Guardò cercando di non lasciar trasparire la sua apprensione.

E… chi l’ha sostituita? – disse con la gola leggermente secca.

Il concierge deglutì. – Ecco, Direttore… – inspirò chiedendosi perché mai dovesse sentirsi in imbarazzo. – È stata sostituita da Miss Jane.

Per un momento il direttore restò impassibile. Dopotutto perché sentirsi in imbarazzo? Inspirò e disse ai due agenti: – Bene, allora credo che lei dobbiate sentirla nuovamente.

I due si guardarono annoiati. Un altro pivellino che voleva insegnargli il lavoro.

 

continua…

 

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E se Miss Jane ritornasse?

Ricordo ancora, in uno dei miei primi post, che Sonia Esse di Solo un’altra riga mi fece un commento buffo.
Disse “Mi è venuta voglia di leggere il tuo libro!”
Questa frase mi è rimbalzata fra orecchie e sorriso per tanto tempo.

Poi, senza volerlo, qualcosa si è materializzato davanti. Una Storia.
No, un libro no, non esageriamo.
Ma una storia leggera, che parla di cameriere e furti, di persone riservate e neve.

Uno scherzo che ha preso forma.

E visto che questo blog è sempre rimasto aperto e che le mie dita hanno sempre voglia di scorrere sulla tastiera, mi sono detta: sarebbe divertente?

Lo chiedo a voi.

 

Miss Jane – again!

Titoli di coda –

In ordine di apparizione:

Una delle due clienti gemelle, che uscendo la mattina mi dice: “può rifare la camera” e io sbagliando sorella sono andata nella camera sbagliata trovando il marito in pieno espletamento mattutino.
La prima persona che mi ha lasciato una mancia. L’ho rifiutata, perché mi sentivo a disagio.
La signora che lasciò il bagno con dei graffiti fatti con la propria… produzione mattutina.
Il Club delle ottantenni in vacanza al mare. Per i loro vestiti al profumo di naftalina, oggetto di un mirabolante cambio camera, se chiudo gli occhi vedo ancora stampe a fiori.
Il ritratto fattomi da una cliente, sulla riviera romagnola. Ho rivalutato i miei disegni di ‘mela col bruco’.
L’uomo in treno che parlava sette lingue e che mi scovò dal mio angolino, andando dritto al punto e parlandomi del mio cervello e del mio sguardo. Sbagliai nel pensare di averli nascosti sufficientemente bene.
Il custode di un albergo vuoto, ad inizio stagione. Io e lui soli in una località di mare felliniana. Il suo post-it lasciato in ascensore con il buongiorno, l’indicazione per le brioche calde fatte apposta per me e la scritta ‘ti voglio bene’ cancellata per timore di essere invadente.
Essere voluti bene in un luogo fuori dal mondo, dopo pochi giorni, scalda sempre il cuore. Anche se non si è avuto il coraggio di dirlo.
Le mucche in una strada di montagna, che fermarono l’autobus che mi portava in un Hotel. Il loro sguardo diceva ‘prenditi il tuo tempo’.
I ragazzi che nascosero un finto extraterrestre sotto le coperte, spaventando me e la mia collega.
La signora senza denti che aveva voglia di ridere.
La mia collega che a fine stagione mi confessò che le piaceva sentirmi canticchiare, sul lavoro.
Quella che mi odiava a cui ho tenuto la testa dopo che aveva bevuto. Vedere lo sgomento nei suoi occhi per un semplice gesto gentile.
Il cuoco maschilista che mi lasciava i sacchi pesanti della spazzatura, ‘volete la parità?’.
Il cuoco maschilista che raccoglieva i sacchi pesanti, dopo aver avuto la febbre alta e aver sentito il beneficio di un panno fresco in fronte, ancora sgomento verso un gesto gentile.
I clienti che mi hanno fatto trovare dei cioccolatini e un grazie scritto sul retro di uno scontrino.
I due giornalisti ormai anziani, gli unici veri gentiluomini mai incontrati. Il profumo di gentilezza e i modi così perfetti mi hanno fatto sentire trattata come una Gentildonna forse per l’unica volta in questo lavoro.
Quelli che lasciando la camera abbassano la faccia, per non dover lasciare la mancia, e vanno via come ladri.
Quelli che hanno fatto un origami e dentro hanno lasciato delle monete. Ho regalato le monete alla mia collega. Ho tenuto l’origami.
Quelli che scrivono belle parole di saluto, augurandomi di realizzare i miei sogni.
Quelli che lasciano i libri. Li raccolgo e li porto a casa, come orfani salvati.
La bambina che rideva, rientrando in camera, per come avevo disposto i suoi peluche.
La signora con due Birkin. Lo ammetto, ho guardato lo specchio e mi sono chiesta come stavo, con tremila euro di borsa in mano, sogno di molte donne.
Tutte le colleghe che mi sono passate vicino. Le loro storie, le loro speranze, la loro amicizia durata pochi mesi, il tanto di una Stagione. I saluti e gli immancabili ‘sentiamoci, non perdiamoci eh?’ detti sapendo che tanto non ci si risentirà mai più.
Tutti gli angoli del mondo che ho potuto visitare grazie ai loro racconti. Attraverso le loro parole sono stata in Cina, in Sud America, nell’est Europa, in Africa. Ho toccato il mondo e lo devo a loro se la mia mente comprende più sfaccettature di un’idea di Terra. Sono partita da un’Isola e ora il mi o sguardo non ha confini.
Le fatine che mi sono state regalate nel corso degli anni. Non so perché le persone sentano che sia un regalo adatto a me. Il figlio della proprietaria di un Hotel, che mi ha messo Fatina come nome, che mi lasciava i libri dimenticati dai clienti da parte con dei post-it pieni di cuoricini.
Le colleghe che hanno visto in me una sorta di corpo estraneo a questo lavoro. E mi hanno salutato con gli abbracci più caldi mai ricevuti. Spingendomi altrove, in posti dove sarei stata più a mio agio.
Chi mi ha detto non cambiare. Sii sempre te stessa. Sei strana. Sei diversa. Tu non parli come le altre. Cosa ci fai tu qui.

Locations

Quella cameretta senza porta ma con una tenda, il punto più basso di una lunga serie di alloggi da incubo. Una camera con le sbarre alle porte-finestre che davano all’esterno. La stanzetta all’ultimo piano di un enorme Hotel, sotto c’erano cinque piani di nulla, camere vuote e tristissime in un inizio stagione che ricorderò come il peggiore di tutti.
La stanzina che dava sull’erba, dove una capretta brucava.
Tutte le camere al di sotto degli alberghi. Con le finestre cieche, su muri o su grate.
Le Dolomiti, verso cui il mio sguardo mai si stanca di posarsi. Ad ogni ora del giorno e della notte, regalano respiro per l’anima.
Il mare che ho dovuto attraversare troppe volte, le propaggini di terra della mia Isola che sembrano dirmi ‘non andare, resta’.
Tutte le strade sconosciute che ho dovuto far mie. Le pensiline in attesa di autobus, le vecchie porte delle stazioni, i treni freddi, i traghetti troppo rumorosi e sporchi.
Gli aerei che mi hanno permesso di vedere il mondo da una prospettiva diversa. Tutto sembra più piccolo e meno importante. Quello che conta ha una dimensione enorme anche da quella distanza. E manca da far male.
Le cabine telefoniche, porte spaziotemporali che mi hanno tenuta in contatto col mondo quando i cellulari erano fantascienza per noi poveri mortali. Se sono stata capace di stare ore dentro quei ricettacoli di sporco e calore, allora forse era vero amore quello che mi spingeva ad entrarci e comporre un numero.
Gli uffici postali, benedetti siano sempre.
Le cucine degli Hotel, dove il mondo brulica.
I corridoi, dove ho posato milioni di passi. Efficiente e silenziosa.
I bagni, i piatti doccia, le rubinetterie. Non le ricordo, perché mentre pulivo la mia mente era altrove. In mondi che avevo letto o che mi si presentavano senza averli cercati. I versi delle poesie che mi hanno sostenuto sono diventati luoghi in cui rifugiarsi.

Oggetti di scena

Le divise, terribili e con il potere di calarmi addosso la frustrazione non appena le indosso.
I carrelli, mai che le ruote funzionino tutte.
Le centinaia di fogliettini di cui mi riempio le tasche. Con i titoli dei libri che vedo nelle camere, letti dai clienti. Con il nome di un poeta, di una canzone sentita alla radio in lavanderia e che poi, puntualmente mi vado a cercare.
I libri regalatemi dalle mie colleghe.
I fornellini elettrici. Salvezza dei miei pomeriggi sola, con i miei tè.
Le scarpe da lavoro, che a fine stagione butto via, come in una sorta di fine viaggio. Come se avessi camminato fino a Santiago di Compostela.
Le valigie. Sono sempre riuscite a contenere tutto il mio mondo. Hanno sempre pesato tanto.
I miei computer – la governante che mi vide oltre dieci anni fa arrivare col pc mi confessò solo anni dopo che l’avermi visto con quell’accessorio mi aveva fatto classificare subito come ‘cameriera atipica’. Il notebook e la rete sono state la mia salvezza. Il filo sottilissimo e indistruttibile che mi ha tenuta legata al resto del mondo. Anche ora che sono completamente sola da molti mesi.

 

E così anche un’altra stagione è arrivata alla fine.
Ora tutto il peso dei giorni, tutte le porte di camere aperte, i passi fatti sulla morbida moquette, le imposte che ho dovuto chiudere, le chiavi custodite. Ora tutte le facce che ho incontrato, le mani che ho stretto. Mi si presentano davanti e mi chiedono cosa voglio fare.
Mi dicono che è tempo di volgere lo sguardo altrove, di smetterla di nascondermi e provare a vivere al di fuori.
Là fuori c’è vita, colori, poesia.
Saprò resistere alla tentazione di un lavoro duro ma che conosco bene, alla certezza di un posto che mi nasconde alla perfezione e che non ha segreti per me? Saprò dominare la paura di mettermi in gioco e di rischiare tutto?
Per ora, solo un pensiero.
Domani un passo.
Dopodomani, chissà?

 

Grazie per aver seguito le mie volubili divagazioni. Grazie per le vostre parole belle. Io, adesso, mi fermo qui. Aver potuto raccontare il mio lavoro mi ha aiutata a capire che vorrei poter dirigere i miei passi verso altri luoghi. Luoghi che mi chiedano meno abbandoni, più bellezza. Che mi facciano sentire che posso volere qualcosa di diverso. Lascerò questo blog aperto ma non lo aggiornerò.
Fra qualche mese può darsi che io capisca che la mia vita dovrà continuare così come è sempre stata, allora magari vi racconterò ancora qualche piccola vicenda da qualche altro Hotel.
O forse avrò avuto il coraggio di fare di me quella che già sono, ma che per tutto questo tempo è rimasta in silenzio ad aspettare.

Un bacio,
Jane

 

 

 

 

 

La luccicanza –

Lavorare negli alberghi quando la stagione finisce riserva sempre delle sorprese. Quelle ambientazioni da film dell’orrore prendono improvvisamente vita. Lunghi e bui corridoi sembrano nascondere ombre sospette. I rumori si sentono netti, le luci non sono abbastanza.
A fine stagione ho visto da un’altra prospettiva luoghi che giorni prima erano luminosi e pieni di persone che si divertivano. E’ tutto fatto di un silenzio ovattato, ogni camera viene pulita a fondo e nel farlo si cancellano le tracce di chiunque vi abbia soggiornato. Bianchi teli vengono posati sui letti, le abat-jour riposte dentro gli armadi, le imposte vengono chiuse e tutto tace.

Ho lavorato in Hotel vecchi ducento anni. Mi sono ritrovata solo in alberghi di cinque piani dove l’unica persona oltre me era il custode che accendeva le luci su mia richiesta. I corridoi, in quel posto, urlavano silenzio e buio.
A volte ci vuole un po’ di sangue freddo, lo ammetto.
Ma la scena più strana che mi sia capitata non è stata in un albergo in chiusura. Ma durante una stagione in un famoso Hotel sulle Dolomiti. Era una mattina come le altre, mi trovavo sola nel corridoio del mio piano. Era presto, ancora pochi erano fuori dalle camere, io preparavo il mio carrello. L’ho avvicinato verso il fondo del corridoio subito dietro l’angolo. Ero lì da cinque minuti a sistemare asciugamani e lenzuola quando l’istinto mi dice che sono osservata. Alzo lo sguardo e di fronte a me, a meno di due metri, vedo una bambina dai capelli lunghi, neri e spettinati, sguardo fisso. Non mi stacca gli occhi di dosso. Ha una bambolina che tiene fra le mani, mentre sta seduta per terra.
Non mi stacca gli occhi di dosso, muta.
Faccio fatica a staccarmi di dosso le immagini dei vari film horror. Tutte le porte sono chiuse, questa bambina pare non essere uscita da nessuna di esse, e continua a fissarmi seria.
Il corridoio è silenzioso, qualche asciugacapelli si sente in lontananza.
Faccio leva sul mio proverbiale sangue freddo e cerco di attingere dalla mia esperienza. Finché capisco.

-Non vuoi andare a sciare, vero?- le dico sorridendo.

E’ come aver tolto un argine che lascia straripare il fiume. Mi dice che odia andare a sciare e che i genitori vogliono che vada per forza, non ha voglia di alzarsi così presto la mattina, vorrebbe giocare con la sua bambola e non uscire al freddo. Così è uscita dalla camera e si è messa lì insieme alla sua bambola e al malumore.
Gli anni passati a fare la baby sitter mi permettono di parlare con lei e di convincerla a tornare in camera, a vedere le lezioni di sci come una bella cosa, e le prometto che al suo rientro sarò lì a sentire il racconto di come sia andata la giornata. Mi saluta sorridente mentre apre la porta sento sua madre dirle che è tardi e che deve pettinarsi.

Non è tutto horror quello che luccica.

Miss Jane.

Behind the Scenes –

Avete presente quei giochi sul pc dove semplicemente con un tocco del mouse si può ruotare l’immagine e vederla da diverse prospettive?
Ecco, sarebbe bello qualche volta che i clienti degli Hotel avessero questa possibilità nel reale, durante la loro vacanza. Agli ambienti delicati con George Gershwin in sottofondo, spostando un po’ con la mano/puntatore e ruotando la prospettiva, si andrebbe al di là di muri che nascondono un brulicare di persone che si affannano, lavorano, spettegolano, amano, soffrono, vivono una vita doppia all’interno e all’esterno di quelle mura.
Dietro le porte scorrevoli della sala ristorante ci sono sicuramente due cuochi e un cameriere che litigano, c’è il lavapiatti che suda e sente le gambe così doloranti da imprecare ad ogni movimento. Il rumore dei piatti è assordante, qualche bicchiere si rompe, casa sua è lontana, i soldi non bastano mai.
Il maître guarda con occhi severi i nuovi commis e cerca di non intervenire nella disputa fra sala e cucina, nel mentre la voce amplificata dello Chef che chiama i piatti sovrasta per un attimo tutto il resto.
Per un attimo sembra di essere fra le vie affollate di una grande città, e forse è proprio una piccola città in miniatura. Un Hotel contiene storie, contiene infiniti fili che si intrecciano e si dipanano.
Con i piedi che dolgono un cameriere prende un carrello e dispone la cena da portare in camera ad una coppia di clienti. Prende l’ascensore e scambia due chiacchiere con le cameriere ai piani che iniziano il turno della sera, mentre ruba una fragola da un piatto. Si arriva ad un corridoio pulito, ampio, falsamente elegante, con ninnoli dorati che sotto la parvenza di oggetti di valore nascondono triste pacchianeria.
Nelle camere gli ospiti si preparano per la cena, qualcuno si attarda. Le cameriere preparano i loro carrelli generalmente lamentandosi del proprio lavoro, gustandosi qualche pettegolezzo e cercando di non sentire la schiena che continua a far male, alle mani ruvide e alla sconfitta di una vita.
Nel mentre i facchini fanno un giro e si fumano una sigaretta nelle scale di servizio, nella speranza che per un momento dalla reception non ci siano chiamate. Il ragazzo alto segue con gli occhi la cameriera mora e pensa che domani, magari domani, avrà il coraggio di dirle che sarebbe bello, qualche volta, uscire insieme…
Finito il turno qualcuno si fionda negli alloggi, abituato non nota i colori spenti delle tende, riciclate dal vecchio arredamento dell’hotel degli anni ’70 che dopo essere stato rimodernato ha ceduto tende e copriletti alle camere del personale. Tutto è un po’ triste e serio. Disordine dato dalla stanchezza impera ovunque, i comodini pieni di giornali, creme, profumi che devono contendersi il poco spazio che ognuno ha a disposizione, i turni massacranti non concedono tempo per fare ordine e tanto meno la voglia. Qualcuno mette un po’ di musica, alza il volume cercando di predisporsi l’anima per una serata fuori. Si sentono risa sguaiate, battute pesanti. Le porte sbattono e le persone cambiano posto, letto.
Suono di asciugacapelli e di telefonate in lingue straniere sui corridoi.
In una camera silente una ragazza legge il suo libro, del tutto avulsa dal resto caotico che la circonda.
Il portiere di notte prende posto dietro il bancone, qualche piano più sotto.
Un’altra notte inizia mentre le stelle non sanno che fare di una tale, stramba, dicotomia.

 

 

Miss Jane

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This little light of mine –

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Ad un mese dalla fine.
Kg. 55
Ultimo giorno di riposo avuto: un mese fa. Cioè circa 290 ore di lavoro sulle spalle.

Ho aperto questo blog perché sentivo il bisogno di fare chiarezza, in me.
E quando ho bisogno di fare chiarezza scrivo.
Che siano liste di pro e contro – infinite volte redatte e seguite alla lettera – o semplici pensieri. Che siano storie o lettere. Messaggi, email, segni sulla terra.
Scrivo e lentamente si fa chiarezza,
scrivo e ciò che dentro mi tormenta si fa fluido e trova una via.
Prima di scrivere schiere di pensieri mi devastano e mi ruotano attorno, pungono e spintonano per farsi spazio. Prima di scrivere intere ore di silenzio,
e piatti doccia puliti.
Silenzio e letti rifatti.
Silenzio e porte chiuse e riaperte, schiena china su miriadi di piccoli oggetti da raccogliere.
Silenzio e una lucina, dentro me, che fievole resta ferma al suo posto. Le correnti provocate dal vortice dei miei pensieri non la smuovono. Aspetta e timida non si mostra. Ma c’è e saperlo mi conforta. Saperlo mi dà forza.
Prima di scrivere smisto le intenzioni, sottopongo ad esame i timori, valuto le condizioni della mia anima. Metto tutti in fila, li sistemo per bene come bambini pronti ad uscire da scuola. E poi, proprio come i bambini quando si varca la porta, sciamano urlanti e incasinati. C’è quello che fa lo sgambetto al compagno più debole, c’è l’altro che corre come se fosse stato in prigione, uno si ripara fra le braccia di qualcuno che lo aspetta, l’altro non si rende conto di cosa stia succedendo, distratto da qualcosa che lo attrae. Infine, quando ho finito di scrivere, quando ho dato fondo a tutte le parole, svuotato mente e cuore, eccola lì che ancora, seppur debolmente, lei continua a brillare.
La mia piccola luce. Quella che mi fa capire che speranza esiste ancora. Che lottare si può e si deve. Che nulla è perduto ma niente arriva senza rischio, senza un salto folle verso il vuoto.

Così, oggi, nuovamente scrivo.
Mi chiedo se sia arrivato il momento da troppo tempo rimandato. Quello del “mollo tutto e via”, quello del buttarsi a capofitto, del lasciare indietro una strada troppe volte percorsa, con troppo dolore percorsa, lasciando i bivi e i crocicchi senza aver avuto il coraggio di deviare.
Quella lucina, quel barlume, è lì e io non ho più voglia di lasciarlo esposto alle intemperie dei miei dubbi. Voglio prendermene cura, farla brillare e piano piano lasciare che illumini il mio cammino. Che d’ora in poi andrà in un’altra direzione. Non so quale sia, non so di cosa io sia capace oltre che pulire, lustrare, portare ordine. Non so se le mie mani possano ricordare antiche competenze, sappiano impararne di nuove. Non so se la mia mente possa ospitare idee e mettere in pratica qualche bizzarro desiderio.
So che sono stanca.
Stanca di fare un lavoro che mi tiene lontana da casa per troppo tempo. Stanca di non provare, di non rischiare. Ho deciso che ora che i miei pensieri li posso lasciare liberi, ora che buttando via timori e rimpianti si è fatto spazio, potrò guardarmi dentro, potrò togliere la polvere a vecchie conoscenze, rispolverare nozioni, mettere alla prova i sogni.
Fra un mese chiuderò questo blog e inizierò a mettere in atto la mia vita.

I’m gonna let it shine.
Leti it shine,
let it shine,
let it shine…

L’Amore non va in Vacanza –

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Le valigie strapiene di indumenti, gioielli per la sera, tute da sci, mascara, ombretti, slip, tablet, pigiami calze biberon libri scarpe-dvd-tuttoquellochecipuòservire.
Ma c’è una cosa che spesso resta fuori. Lo immagino più volte che cerca una breccia, che vuole infilarsi fra quegli oggetti, in valigia, che si fa largo, suda, si dimena, con una vocina bambina chiede di esserci, anche lui.

L’amore non va in vacanza.

Non so perché, ma spesso resta a casa.
E’ rimasto a casa quella volta che figlio, nuora e nipoti hanno lasciato la nonnina per due settimane sola, in albergo, mentre loro passavano le vacanze altrove. E quando, dopo un malore, dopo l’intervento del 118, abbiamo chiamato il figlio, lui è arrivato sì. E dopo mezz’ora di nuovo via, lasciandola sola. Tantotuttovabbene.
E’ rimasto a casa ad aspettare la coppia che in una suite di lusso litigava così forte da essere sentiti alla parte opposta di un corridoio enorme, a venti camere di distanza, per un conto di seimila euro. Lo hanno dimenticato quei genitori che costringono i bambini a levatacce, incerti sui loro passi scoperti da poco, che non possono, – scherziamo? – perdere le lezioni di sci, anche se fuori fa un freddo che le orecchie quasi ti si spezzano.
E via così, di coppia in coppia, di genitori in genitori.
Non so perché, e sono sicura che non sia sempre così, ma spesso l’amore viene lasciato a casa. Ci si illude che quei sette giorni saranno diversi, che noi saremo diversi, che tutto sarà perfetto, pulito, preciso, divertente. Che le persone sorrideranno sempre, il tempo sarà bello, i soldi da spendere più di quelli che possediamo. Pretendiamo di lasciare i problemi, le insoddisfazioni, le nostre insicurezze in un cassetto del comodino di casa, immaginando che si dissolveranno e al nostro rientro, abbronzati e carichi, non li troveremo più. Ma dimentichiamo di portare con noi il pezzo più importante. Forse perché non lo possediamo.

I problemi non sono fuori, ce li portiamo dentro, non occupano spazio in valigia, non bisogna collocarli sul bagagliaio. E se lei o lui non ci hanno dato la giusta attenzione a casa, se un complimento non è stato fatto, un bacio non dato, non sarà in vacanza che arriverà. O se arriverà non basterà a colmare il vuoto.

Per quanto i borsoni siano pieni, stipati di roba, se vuoto c’era, vuoto rimane dentro noi. Vedo costantemente, sento costantemente al di là di quelle porte chiuse, liti, recriminazioni, telefonate a voce altissima. E mi chiedo dove sia l’Amore. Dove lo nascondiamo, come si fa a farlo emergere, respirare.
Nel corso degli anni ho osservato intere famiglie e mi sono chiesta se si accorgono di ciò che manca loro. Di ciò che fanno mancare a chi sta loro intorno.
Come quella bella bambina, un capodanno di tanti anni fa. Sei mesi di dolcezza e latte. I genitori volevano passare una serata di divertimento e l’hanno affidata alla baby sitter. Che in quel caso ero io, come spesso capita alle cameriere nei giorni di festa viene chiesta una mano in più. Mi è stata messa in braccio alle sei del pomeriggio, mi hanno detto il nome e via. Ho passato lo scoccare del millennio con lei. Sole.
E mi chiedevo che bellezza ci sia stata a festeggiare senza di lei.
E l’ho sentita così sola, con un’estranea che tentava in ogni modo di non sentirsi sola lei stessa.

L’amore non sempre va in vacanza.

Non c’era, di sicuro, quando la bimba di cinque anni si è presa l’influenza e la mamma dopo un giorno in camera per seguirla, ha deciso che non era giusto che lei rinunciasse a sciare mentre il marito si divertiva, e me l’ha confessato candidamente, mentre cambiavo le lenzuola che la bambina aveva sporcato la notte. Mi diceva che non era giusto, che anche lei doveva avere gli stessi diritti. Una sorta di novella Mary Musgrove.
La mattina dopo, al mio solito turno di lavoro, la bambina era sola, in camera, i genitori stavano cercando di sfruttare il più possibile lo skipass, e lei febbricitante e vomitosa, sola. E la piccolina, spaventata, chiamava me, unica faccia amica in un piano d’albergo completamente svuotato dai suoi occupanti.

Non c’era, l’amore, quando Lui arrivò una settimana prima con l’amante e poi ritornò nella stessa camera con la moglie.
Non era presente alla vacanza della starlette che doveva farsi fotografare sugli sci ad appena un mese e mezzo dal parto. E parlare della difficoltà di essere mamma e lavoratrice allo stesso tempo.
Bellissima e in forma la giovane donna ha dato la sua ricetta alle casalinghe adoranti e frustrate di non essere riuscite a far rientrare la pancia e ad avere le occhiaie per le poppate notturne, mentre lei, radiosa riusciva anche a sciare!
Peccato che il pupo in questione, in vacanza, non sia stato nemmeno portato.

L’amore non va in vacanza. Aspetta quieto che qualcuno lo raccolga e lo porti con sé. Sta buono e zitto, in attesa di essere incluso in qualcosa di semplice e bello.
Nel mentre io passo fra corridoi di persone tristi che appena escono dalla camera indossano una maschera e un sorriso d’ordinanza, dicendo Buongiorno signorina e preparandosi per una giornata da interpretare.

Miss Jane

Lei non sa chi sono io –

C’è un gioco che facevo con il ragazzo della reception e una cameriera di sala.
Capita che spesso io entri nelle camere per una settimana intera senza mai vedere il cliente, neanche nei corridoi. I miei colleghi, ovviamente, hanno un contatto diverso, scambiano quattro chiacchiere, scherzano, osservano gesti e comportamenti perché il cliente si ritrova per un motivo o per l’altro a dover interagire con loro. Capitava che all’ora del pranzo ci si scambiasse impressioni e io, solo attraverso ciò che vedevo in camera, cercavo di capire che tipo di persona la abitasse, per il tempo di quella vacanza e chiedevo conferma a loro. E’ strano quanto poca attenzione si dedichi agli oggetti lasciati in giro per caso, senza pensare quanto parlino di noi. Cosa possono dire? Tutto.

I vestiti lasciati in giro mi indicano l’altezza, le scarpe confermano le proporzioni. Bevande più gradite, prese dal frigobar. Colori preferiti – è straordinario quanto una piccola porzione di abiti portati in vacanza lasci intendere quali siano i colori e le stampe più amate dal cliente. Si va dai monotematici a quelli che riempirebbero di fiori ogni tessuto!
Squadra del cuore, attraverso un portachiavi, un’agenda, un regalo lasciato dagli amici (spesso si festeggiano i compleanni in hotel).
Malattie! Accidenti negli ultimi anni sui comodini vedo chili di pastiglie contro ogni possibile malanno. E gli sciatori si riempiono di bevande energetiche e vitamine manco dovessero partecipare alle prossime olimpiadi!
Prodotti di bellezza. uomini e donne rivelano quanta importanza diano a rughe e rughette, scelgono con cura i loro prodotti o prendono il primo che capita dagli scaffali del supermercato. Anche grazie alla mensola del bagno io posso capire se la persona sia attenta, moderatamente interessata o del tutto incapace di preoccuparsi della propria pelle. E dopo anni posso dire che esiste un marchio che sette volte su dieci trovo in una camera. Crema mani o viso, detergente o struccante, in ogni caso posso dire sia la più venduta, sfondo blu scritta bianca bianca bianca…
I libri dicono che lettore sei. Uno da bestseller-visto& presoall’autogrill o uno che ha passato del tempo in libreria. Se ami la storia – molti uomini – o se preferisci i gialli, i romanzi. Posso capire anche che tipo di lettore tu sia, visto che mi accorgo se un libro viene letto, visto che ho l’abitudine di sistemare i comodini e il giorno dopo capisco se sia stato spostato o meno, e quindi letto. L’attenzione per l’igiene orale è quella che mi fa più sorridere. Ultimamente vanno di moda gli spazzolini elettrici e questo dovrebbe indicare molta attenzione verso i propri denti, è un oggetto obbiettivamente più costoso di un semplice spazzolino. Ma le concrezioni che vedo vegetare ai bordi dell’oggetto lasciato sopra il lavandino mi fanno capire che l’apparenza inganna. Non avete idea di quanto possa essere disgustoso uno spazzolino con aloni verdi che farebbero storcere il naso a un micologo.
I pigiami sono un’altra parte della psicologia umana. Ne ho già parlato e non mi dilungo ma posso dire che spesso le intenzioni dei due componenti della coppia vanno in strade diametralmente opposte. Emblematico l’esempio visto anni fa, lei sotto il cuscino aveva una mise degna di Victoria’s secret e lui un pigiamone sformato con una stampa di trenini a vapore…

Mi diverte molto immaginare le vite degli altri, i loro atteggiamenti, le idiosincrasie lasciate intendere senza volere. Mi fa tenerezza una foto con cornice di qualche persona cara che probabilmente non c’è più, portata con sè anche in vacanza. Sorrido tristemente alle attenzioni eccessive dedicate ai cani, che hanno cappottini firmati e collari pieni di strass ma che vengono lasciati in camera da soli, tutto il giorno.
Ogni cosa mi parla di qualcuno e io cerco di interpretarla.
Sicuramente sbaglio tanto, ma molte volte so di andare vicino alla verità.

La verità è che tutto parla di noi, e ciò di cui ci circondiamo esprime noi stessi meglio delle parole.

Miss Jane tz

post scriptum: come sempre mi piace sottolineare che questi sono pensieri in libertà e che ovviamente non faccio testo, su nulla, nella vita.
Mi diverto. Semplicemente.