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Trenta giorni.

Trenta giorni e domani avrò finalmente il mio primo giorno di riposo. Significa che nell’ultimo mese ho lavorato ininterrottamente ogni giorno con una media di nove ore fra letti da rifare, bagni da pulire, ceste di biancheria sporca da lavare, stirare, piegare e riportare di peso negli scaffali.

Mi sento un po’ come Martin Eden nella lavanderia che tanto lo farà sudare. E questo parallelo mi riporta all’ansia di cambiare vita, di lottare, faticare, accettare brevi compromessi perché si aspira a qualcosa di diverso, qualcosa che sia per noi come un vestito su misura, un capo cucito sulla nostra pelle, consono e calzante. Diversamente da Martin io non cerco l’accettazione sociale, la fama. Ho solo bisogno di un posto nel mondo che riconosca come mio, in cui possa esprimere me stessa.

La fatica annebbia i pensieri, rende i fatti esterni ininfluenti perché i dolori alla schiena, le mani screpolate, le gambe stanche sono ciò a cui si pensa più di tutto. È difficile tendere a migliorare la mente quando il corpo urla di stanchezza. Ma benché la mia vita abbia preso questa piega non ho intenzione di cedere. Ho sacrificato il fisico, la mente resta di mia proprietà.

Che Dio benedica Libri e Srittori, che mi permettono di “comprendere che non sono sola”.

Miss Jane tz

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