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Eppure ci sono aspetti del mio lavoro che paiono esssersi posati sulla mia pelle, come polvere. Creando uno strato che lentamente si è uniformato a me e ora non saprei determinare più cosa nasca dalla mia indole o dagli anni passati fra i corridoi degli alberghi.

C’è questo mio modo di camminare rasentando i muri, in disparte, facendo meno rumore possibile. Indubbio che il mio carattere schivo e riservato abbia influito, come è indubbio che il mio lavoro mi chiede di essere quasi invisibile, di muovermi facendo poco rumore, arrecando il minor disturbo. C’è l’infinita pazienza, la volontà di capire chi mi sta davanti. Lo stare al mio posto.

E ci sono infiniti gesti che nemmeno saprei da dove mi arrivino. L’osservazione degli oggetti e la loro possibile implicazione nella vita degli altri, l’attenzione affinchè tutti i particolari siano precisi e in ordine. Una piega che non sia in asse, un oggetto fuori dalla griglia mentale su cui io riordino, una scarpa scostata dalla sua compagna, sono subito raccolti dal mio sguardo e riportati in linea dalle mie mani. E così finisco per rimettere a posto anche la vita degli altri, che puntualmente si accorgono dei miei sguardi e sanno che so cosa ci sia che non va. Affidano ai miei consigli le loro vite disordinate, sicuri che saprò capire da dove cominciare, quale sia il primo pezzo da rimettere a posto.

Fare ordine, rimettere in linea, sistemare.

Praticamente faccio la soul-housekeeper.

Miss Jane tz

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