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A volte mi sento come un castello sotto assedio.

Fermo, che resiste, mentre fuori in tutta calma la vita aspetta che io mi stanchi, che finisca le scorte di bellezza, poesia, incanto. Non è facile guardare il mondo con stupore mentre le giornate ti sottopongono ad un lavoro duro, umile, umiliante a volte. Pensare al libro letto la notte prima quando al mattino ti devi armare di guanti e detersivi. Non è il tipo di lavoro svolto, no. E’ tutto ciò che sta intorno. Perché so bene che ciò che faccio è paragonabile a ciò che la maggioranza delle persone fa. Un lavoro poco amato, mal retribuito, poco gratificante.

Ciò che mi scoraggia sono le collateralità.

Per fare questo lavoro lascio la mia casa, mi allontano dalla mia Terra che non sa offrirmi niente, che langue e si dispera nell’assoluto sfacelo. Sono costretta a mettere in valigia la mia vita più e più volte e spesso per destinazioni a me ignote. Non c’è niente di peggio che decidere che parte di te vuoi portare, fare una classifica degli oggetti più utili o a cui tieni meno, quelli che ti aspetteranno, quelli che desidererai avere accanto quando, sola, sarai lontana da casa.

E ora mi guardo attorno, e penso alle decine di luoghi a me estranei che mi hanno fatto da casa per qualche mese, dove ho dormito, sperato, atteso. Penso a quante colleghe hanno diviso gli spazi con me, quante vite ho sfiorato, quanti diversi linguaggi, culture. Per pochi mesi vivo una vita che non mi appartiene, vengo catapultata in un altrove spesso ostile e mi sistemo cercando di schivare ciò che mi può far male. Come l’arroganza. O la colpevole ignoranza che rende stupidi.

E io resisto. Un castello sotto assedio che tenta di procurarsi cibo per la mente, che legge la notte mentre gli altri vanno a ballare, che tenta di osservare il mondo senza lasciarsi sopraffare, che risponde agli attacchi di questo lavoro duro opponendosi con l’unica arma che ha a disposizione.

Il mio sguardo obliquo sulle cose.

Miss Jane tz

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