C’è un portatovaglioli, in sala mensa, che ha la forma di due uccelli speculari che si alzano in volo. La prima volta che lo vidi pensai alla Ghiandaia Imitatrice. Mi venne da sorridere, ma poi il sorriso mi si spense.

Non ho nessuno con cui condividere simili pensieri. Non ho, fra i miei colleghi, qualcuno che colga il senso di una citazione, che prosegua un pensiero, si illumini nel vedere lo stesso particolare.

Questo mio essere estranea all’ambiente che mi circonda ha un duplice aspetto. La solitudine e la possibilità, quindi, di concentrarmi su me stessa, sui miei pensieri. Vivo costantemente come fossi sott’acqua, trattenendo il respiro. E quando per caso incontro qualcuno che capisce ciò che intendo, che maneggia ogni giorno qualcosa di ulteriore, allora è come se attorno percepissi l’aria, i polmoni si aprono e respiro pienamente.

Capita di rado.

Perciò tutte queste immagini, a volte un po’ sciocche a volte più profonde, restano dentro di me, vagano, fermentano, ribollono fino a chiedere di uscire. Forse è per questo che mi ritrovo qui. Per permettere ai miei pensieri di trovare una collocazione, di uscire dalla mia testa esausta e posarsi. Trovare pace.

Capisco che il mio essere “diversa” possa mettere a disagio. Non rido sguaiatamente ai doppi sensi volgari, non mi esalto per una serata a base alcolica, non ammicco. Piuttosto commento una notizia, sottolineo una canzone, chiedo alle persone come stanno. Dico ‘permesso’ e auguro buona giornata, chiedo qualcosa per favore, ringrazio. Lascio dei cioccolatini sulla porta di una collega triste, faccio trovare il letto rifatto alla mia compagna di camera stanca. E superata la sorpresa di vedere che i miei gesti non richiedono nulla in cambio, mi si guarda con occhi stupiti e increduli. Qui dove tutti sgomitano e si fanno strada lasciando a terra i meno forti. Qui dove dare le spalle equivale a ciò che per un lupo sia lasciare scoperta la gola.

Ma non so essere altro che questa.

Colei che passa in silenzio e percepisce gli altri. Quella che fa tardi la notte, per recuperare le ore perse in questo lavoro triste riempiendosi gli occhi di parole belle, di letture che lascino entrare altri mondi. Quella che entrando in una camera sorride di tenerezza alla lettera d’amore lasciata da un ragazzo sotto il cuscino di Lei e la ripone perché la sorpresa non venga persa. Quella che posa con delicatezza gli orsetti lasciati dai bambini, che rispetta l’ordine delle macchinine lasciate a terra dopo uno scontro.

Non so essere altro che me stessa, e mi costa fatica e mi rende difficile conciliare la durezza del mio lavoro con la dolcezza che vorrei attorno.

La durezza di un lavoro ingrato che tiene la mia schiena piegata mentre la mia mente vola.

Miss Jane tz

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