Avete presente quei giochi sul pc dove semplicemente con un tocco del mouse si può ruotare l’immagine e vederla da diverse prospettive?
Ecco, sarebbe bello qualche volta che i clienti degli Hotel avessero questa possibilità nel reale, durante la loro vacanza. Agli ambienti delicati con George Gershwin in sottofondo, spostando un po’ con la mano/puntatore e ruotando la prospettiva, si andrebbe al di là di muri che nascondono un brulicare di persone che si affannano, lavorano, spettegolano, amano, soffrono, vivono una vita doppia all’interno e all’esterno di quelle mura.
Dietro le porte scorrevoli della sala ristorante ci sono sicuramente due cuochi e un cameriere che litigano, c’è il lavapiatti che suda e sente le gambe così doloranti da imprecare ad ogni movimento. Il rumore dei piatti è assordante, qualche bicchiere si rompe, casa sua è lontana, i soldi non bastano mai.
Il maître guarda con occhi severi i nuovi commis e cerca di non intervenire nella disputa fra sala e cucina, nel mentre la voce amplificata dello Chef che chiama i piatti sovrasta per un attimo tutto il resto.
Per un attimo sembra di essere fra le vie affollate di una grande città, e forse è proprio una piccola città in miniatura. Un Hotel contiene storie, contiene infiniti fili che si intrecciano e si dipanano.
Con i piedi che dolgono un cameriere prende un carrello e dispone la cena da portare in camera ad una coppia di clienti. Prende l’ascensore e scambia due chiacchiere con le cameriere ai piani che iniziano il turno della sera, mentre ruba una fragola da un piatto. Si arriva ad un corridoio pulito, ampio, falsamente elegante, con ninnoli dorati che sotto la parvenza di oggetti di valore nascondono triste pacchianeria.
Nelle camere gli ospiti si preparano per la cena, qualcuno si attarda. Le cameriere preparano i loro carrelli generalmente lamentandosi del proprio lavoro, gustandosi qualche pettegolezzo e cercando di non sentire la schiena che continua a far male, alle mani ruvide e alla sconfitta di una vita.
Nel mentre i facchini fanno un giro e si fumano una sigaretta nelle scale di servizio, nella speranza che per un momento dalla reception non ci siano chiamate. Il ragazzo alto segue con gli occhi la cameriera mora e pensa che domani, magari domani, avrà il coraggio di dirle che sarebbe bello, qualche volta, uscire insieme…
Finito il turno qualcuno si fionda negli alloggi, abituato non nota i colori spenti delle tende, riciclate dal vecchio arredamento dell’hotel degli anni ’70 che dopo essere stato rimodernato ha ceduto tende e copriletti alle camere del personale. Tutto è un po’ triste e serio. Disordine dato dalla stanchezza impera ovunque, i comodini pieni di giornali, creme, profumi che devono contendersi il poco spazio che ognuno ha a disposizione, i turni massacranti non concedono tempo per fare ordine e tanto meno la voglia. Qualcuno mette un po’ di musica, alza il volume cercando di predisporsi l’anima per una serata fuori. Si sentono risa sguaiate, battute pesanti. Le porte sbattono e le persone cambiano posto, letto.
Suono di asciugacapelli e di telefonate in lingue straniere sui corridoi.
In una camera silente una ragazza legge il suo libro, del tutto avulsa dal resto caotico che la circonda.
Il portiere di notte prende posto dietro il bancone, qualche piano più sotto.
Un’altra notte inizia mentre le stelle non sanno che fare di una tale, stramba, dicotomia.

 

 

Miss Jane

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