Lavorare negli alberghi quando la stagione finisce riserva sempre delle sorprese. Quelle ambientazioni da film dell’orrore prendono improvvisamente vita. Lunghi e bui corridoi sembrano nascondere ombre sospette. I rumori si sentono netti, le luci non sono abbastanza.
A fine stagione ho visto da un’altra prospettiva luoghi che giorni prima erano luminosi e pieni di persone che si divertivano. E’ tutto fatto di un silenzio ovattato, ogni camera viene pulita a fondo e nel farlo si cancellano le tracce di chiunque vi abbia soggiornato. Bianchi teli vengono posati sui letti, le abat-jour riposte dentro gli armadi, le imposte vengono chiuse e tutto tace.

Ho lavorato in Hotel vecchi ducento anni. Mi sono ritrovata solo in alberghi di cinque piani dove l’unica persona oltre me era il custode che accendeva le luci su mia richiesta. I corridoi, in quel posto, urlavano silenzio e buio.
A volte ci vuole un po’ di sangue freddo, lo ammetto.
Ma la scena più strana che mi sia capitata non è stata in un albergo in chiusura. Ma durante una stagione in un famoso Hotel sulle Dolomiti. Era una mattina come le altre, mi trovavo sola nel corridoio del mio piano. Era presto, ancora pochi erano fuori dalle camere, io preparavo il mio carrello. L’ho avvicinato verso il fondo del corridoio subito dietro l’angolo. Ero lì da cinque minuti a sistemare asciugamani e lenzuola quando l’istinto mi dice che sono osservata. Alzo lo sguardo e di fronte a me, a meno di due metri, vedo una bambina dai capelli lunghi, neri e spettinati, sguardo fisso. Non mi stacca gli occhi di dosso. Ha una bambolina che tiene fra le mani, mentre sta seduta per terra.
Non mi stacca gli occhi di dosso, muta.
Faccio fatica a staccarmi di dosso le immagini dei vari film horror. Tutte le porte sono chiuse, questa bambina pare non essere uscita da nessuna di esse, e continua a fissarmi seria.
Il corridoio è silenzioso, qualche asciugacapelli si sente in lontananza.
Faccio leva sul mio proverbiale sangue freddo e cerco di attingere dalla mia esperienza. Finché capisco.

-Non vuoi andare a sciare, vero?- le dico sorridendo.

E’ come aver tolto un argine che lascia straripare il fiume. Mi dice che odia andare a sciare e che i genitori vogliono che vada per forza, non ha voglia di alzarsi così presto la mattina, vorrebbe giocare con la sua bambola e non uscire al freddo. Così è uscita dalla camera e si è messa lì insieme alla sua bambola e al malumore.
Gli anni passati a fare la baby sitter mi permettono di parlare con lei e di convincerla a tornare in camera, a vedere le lezioni di sci come una bella cosa, e le prometto che al suo rientro sarò lì a sentire il racconto di come sia andata la giornata. Mi saluta sorridente mentre apre la porta sento sua madre dirle che è tardi e che deve pettinarsi.

Non è tutto horror quello che luccica.

Miss Jane.

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