In ordine di apparizione:

Una delle due clienti gemelle, che uscendo la mattina mi dice: “può rifare la camera” e io sbagliando sorella sono andata nella camera sbagliata trovando il marito in pieno espletamento mattutino.
La prima persona che mi ha lasciato una mancia. L’ho rifiutata, perché mi sentivo a disagio.
La signora che lasciò il bagno con dei graffiti fatti con la propria… produzione mattutina.
Il Club delle ottantenni in vacanza al mare. Per i loro vestiti al profumo di naftalina, oggetto di un mirabolante cambio camera, se chiudo gli occhi vedo ancora stampe a fiori.
Il ritratto fattomi da una cliente, sulla riviera romagnola. Ho rivalutato i miei disegni di ‘mela col bruco’.
L’uomo in treno che parlava sette lingue e che mi scovò dal mio angolino, andando dritto al punto e parlandomi del mio cervello e del mio sguardo. Sbagliai nel pensare di averli nascosti sufficientemente bene.
Il custode di un albergo vuoto, ad inizio stagione. Io e lui soli in una località di mare felliniana. Il suo post-it lasciato in ascensore con il buongiorno, l’indicazione per le brioche calde fatte apposta per me e la scritta ‘ti voglio bene’ cancellata per timore di essere invadente.
Essere voluti bene in un luogo fuori dal mondo, dopo pochi giorni, scalda sempre il cuore. Anche se non si è avuto il coraggio di dirlo.
Le mucche in una strada di montagna, che fermarono l’autobus che mi portava in un Hotel. Il loro sguardo diceva ‘prenditi il tuo tempo’.
I ragazzi che nascosero un finto extraterrestre sotto le coperte, spaventando me e la mia collega.
La signora senza denti che aveva voglia di ridere.
La mia collega che a fine stagione mi confessò che le piaceva sentirmi canticchiare, sul lavoro.
Quella che mi odiava a cui ho tenuto la testa dopo che aveva bevuto. Vedere lo sgomento nei suoi occhi per un semplice gesto gentile.
Il cuoco maschilista che mi lasciava i sacchi pesanti della spazzatura, ‘volete la parità?’.
Il cuoco maschilista che raccoglieva i sacchi pesanti, dopo aver avuto la febbre alta e aver sentito il beneficio di un panno fresco in fronte, ancora sgomento verso un gesto gentile.
I clienti che mi hanno fatto trovare dei cioccolatini e un grazie scritto sul retro di uno scontrino.
I due giornalisti ormai anziani, gli unici veri gentiluomini mai incontrati. Il profumo di gentilezza e i modi così perfetti mi hanno fatto sentire trattata come una Gentildonna forse per l’unica volta in questo lavoro.
Quelli che lasciando la camera abbassano la faccia, per non dover lasciare la mancia, e vanno via come ladri.
Quelli che hanno fatto un origami e dentro hanno lasciato delle monete. Ho regalato le monete alla mia collega. Ho tenuto l’origami.
Quelli che scrivono belle parole di saluto, augurandomi di realizzare i miei sogni.
Quelli che lasciano i libri. Li raccolgo e li porto a casa, come orfani salvati.
La bambina che rideva, rientrando in camera, per come avevo disposto i suoi peluche.
La signora con due Birkin. Lo ammetto, ho guardato lo specchio e mi sono chiesta come stavo, con tremila euro di borsa in mano, sogno di molte donne.
Tutte le colleghe che mi sono passate vicino. Le loro storie, le loro speranze, la loro amicizia durata pochi mesi, il tanto di una Stagione. I saluti e gli immancabili ‘sentiamoci, non perdiamoci eh?’ detti sapendo che tanto non ci si risentirà mai più.
Tutti gli angoli del mondo che ho potuto visitare grazie ai loro racconti. Attraverso le loro parole sono stata in Cina, in Sud America, nell’est Europa, in Africa. Ho toccato il mondo e lo devo a loro se la mia mente comprende più sfaccettature di un’idea di Terra. Sono partita da un’Isola e ora il mi o sguardo non ha confini.
Le fatine che mi sono state regalate nel corso degli anni. Non so perché le persone sentano che sia un regalo adatto a me. Il figlio della proprietaria di un Hotel, che mi ha messo Fatina come nome, che mi lasciava i libri dimenticati dai clienti da parte con dei post-it pieni di cuoricini.
Le colleghe che hanno visto in me una sorta di corpo estraneo a questo lavoro. E mi hanno salutato con gli abbracci più caldi mai ricevuti. Spingendomi altrove, in posti dove sarei stata più a mio agio.
Chi mi ha detto non cambiare. Sii sempre te stessa. Sei strana. Sei diversa. Tu non parli come le altre. Cosa ci fai tu qui.

Locations

Quella cameretta senza porta ma con una tenda, il punto più basso di una lunga serie di alloggi da incubo. Una camera con le sbarre alle porte-finestre che davano all’esterno. La stanzetta all’ultimo piano di un enorme Hotel, sotto c’erano cinque piani di nulla, camere vuote e tristissime in un inizio stagione che ricorderò come il peggiore di tutti.
La stanzina che dava sull’erba, dove una capretta brucava.
Tutte le camere al di sotto degli alberghi. Con le finestre cieche, su muri o su grate.
Le Dolomiti, verso cui il mio sguardo mai si stanca di posarsi. Ad ogni ora del giorno e della notte, regalano respiro per l’anima.
Il mare che ho dovuto attraversare troppe volte, le propaggini di terra della mia Isola che sembrano dirmi ‘non andare, resta’.
Tutte le strade sconosciute che ho dovuto far mie. Le pensiline in attesa di autobus, le vecchie porte delle stazioni, i treni freddi, i traghetti troppo rumorosi e sporchi.
Gli aerei che mi hanno permesso di vedere il mondo da una prospettiva diversa. Tutto sembra più piccolo e meno importante. Quello che conta ha una dimensione enorme anche da quella distanza. E manca da far male.
Le cabine telefoniche, porte spaziotemporali che mi hanno tenuta in contatto col mondo quando i cellulari erano fantascienza per noi poveri mortali. Se sono stata capace di stare ore dentro quei ricettacoli di sporco e calore, allora forse era vero amore quello che mi spingeva ad entrarci e comporre un numero.
Gli uffici postali, benedetti siano sempre.
Le cucine degli Hotel, dove il mondo brulica.
I corridoi, dove ho posato milioni di passi. Efficiente e silenziosa.
I bagni, i piatti doccia, le rubinetterie. Non le ricordo, perché mentre pulivo la mia mente era altrove. In mondi che avevo letto o che mi si presentavano senza averli cercati. I versi delle poesie che mi hanno sostenuto sono diventati luoghi in cui rifugiarsi.

Oggetti di scena

Le divise, terribili e con il potere di calarmi addosso la frustrazione non appena le indosso.
I carrelli, mai che le ruote funzionino tutte.
Le centinaia di fogliettini di cui mi riempio le tasche. Con i titoli dei libri che vedo nelle camere, letti dai clienti. Con il nome di un poeta, di una canzone sentita alla radio in lavanderia e che poi, puntualmente mi vado a cercare.
I libri regalatemi dalle mie colleghe.
I fornellini elettrici. Salvezza dei miei pomeriggi sola, con i miei tè.
Le scarpe da lavoro, che a fine stagione butto via, come in una sorta di fine viaggio. Come se avessi camminato fino a Santiago di Compostela.
Le valigie. Sono sempre riuscite a contenere tutto il mio mondo. Hanno sempre pesato tanto.
I miei computer – la governante che mi vide oltre dieci anni fa arrivare col pc mi confessò solo anni dopo che l’avermi visto con quell’accessorio mi aveva fatto classificare subito come ‘cameriera atipica’. Il notebook e la rete sono state la mia salvezza. Il filo sottilissimo e indistruttibile che mi ha tenuta legata al resto del mondo. Anche ora che sono completamente sola da molti mesi.

 

E così anche un’altra stagione è arrivata alla fine.
Ora tutto il peso dei giorni, tutte le porte di camere aperte, i passi fatti sulla morbida moquette, le imposte che ho dovuto chiudere, le chiavi custodite. Ora tutte le facce che ho incontrato, le mani che ho stretto. Mi si presentano davanti e mi chiedono cosa voglio fare.
Mi dicono che è tempo di volgere lo sguardo altrove, di smetterla di nascondermi e provare a vivere al di fuori.
Là fuori c’è vita, colori, poesia.
Saprò resistere alla tentazione di un lavoro duro ma che conosco bene, alla certezza di un posto che mi nasconde alla perfezione e che non ha segreti per me? Saprò dominare la paura di mettermi in gioco e di rischiare tutto?
Per ora, solo un pensiero.
Domani un passo.
Dopodomani, chissà?

 

Grazie per aver seguito le mie volubili divagazioni. Grazie per le vostre parole belle. Io, adesso, mi fermo qui. Aver potuto raccontare il mio lavoro mi ha aiutata a capire che vorrei poter dirigere i miei passi verso altri luoghi. Luoghi che mi chiedano meno abbandoni, più bellezza. Che mi facciano sentire che posso volere qualcosa di diverso. Lascerò questo blog aperto ma non lo aggiornerò.
Fra qualche mese può darsi che io capisca che la mia vita dovrà continuare così come è sempre stata, allora magari vi racconterò ancora qualche piccola vicenda da qualche altro Hotel.
O forse avrò avuto il coraggio di fare di me quella che già sono, ma che per tutto questo tempo è rimasta in silenzio ad aspettare.

Un bacio,
Jane

 

 

 

 

 

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