L’equilibratura dell’universo –

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Anni fa facevo da baby sitter ai miei nipoti, una sera. Avevano all’incirca sei anni il maschietto e quattro la femmina. Ad un certo punto, come accade sempre fra fratelli e sorelle nacque una piccola disputa e si arrivò al solito: ‘e allora io’ ‘e allora io’.
Partì lui dicendo: “E allora io divento poliziotto e ti arresto!” Lei mi guarda e mi dice: “Cosa c’è più del poliziotto?” e io: “L’avvocato che ti difende”.
E lei: “E allora io divento avvocato!”
Lui: “Cosa c’è più dell’avvocato?” “Il giudice” dico io.
“Allora io faccio il giudice e ti condanno!”
Silenzio. Pensavo fosse finita lì ma mia nipote prendendo il barattolo della cioccolata con aria soddisfatta disse: “E io faccio l’infermiera!”
Be’ rimasi un po’ perplessa, in tutta l’azione giudiziaria l’infermiera c’entrava poco, in più la sua posizione sociale rispetto a quella di un giudice non viene percepita come superiore. Quindi chiesi spiegazioni.
“L’infermiera fa la puntura al giudice” disse lei soddisfatta, con il muso sporco di cioccolata.
Non c’è che dire, aveva ragione. Su questa storia tornerò dopo.

Anni fa – ancora – alla tv sentii Fiorello vantarsi di come riesce a portare via gli accappatoi negli hotel facendo credere alla cameriera di essersi dimenticata di metterlo in camera, e quindi facendoselo portare per colmare la mancanza. Be’ mi spiace per Fiorello ma difficilmente in un Hotel di un certo livello – in quelli modesti gli accappatoi non esistono – una cameriera fa un errore del genere. Un accappatoio in meno in camera è un pugno in un occhio che la cameriera coglie subito, a meno di non essere al suo primo giorno di lavoro. Ma anche se così fosse, prima che la camera venga data come pronta ci passano altri due supervisori, governante e vice governante per accertarsi che tutto sia a posto.
Quindi, semplicemente, la cameriera in questione sa che ti vuoi fregare l’accappatoio e siccome nove volte su dieci lavora sottopagata e senza contratto stabile decide di chiudere un occhio e regalartelo senza farti capire che sa che lo stai rubando.

Detto questo non significa che ogni volta la persona che vuole fregarsi gli asciugamani sia simpatica come Fiore, o che la cameriera ci tenga sempre a fare la figura della sbadata. Ci sono occasioni in cui il cliente è talmente antipatico e supponente che la voglia di lasciargli fare ciò che vuole non è poi tanta.

Ricordo anni fa, in un albergo di lusso dove lavoravo, una famigliola simpatica quanto una peritonite che si era accampata in una camera del piano che gestivo. Accampata è la parola giusta perché in cinque in una camera d’albergo – insomma a quanto pare l’importante è esserci in un hotel a 5 stelle, anche se non puoi permettertelo, piuttosto che prendere due camere all’Albergo Maria che fa tanto classe operaia anni ’60 – disordine e maleducazione erano, a quanto pare, il segno distintivo per dichiarare la differenza sociale fra la famiglia in vacanza e la cameriera che doveva aspettare ore per rifare la camera e che non veniva nemmeno salutata.

Ora, io sono una che meno mi si nota meglio sto. Non me la prendo se un cliente non saluta, certo non lo considero molto educato, ma nemmeno mi ci arrovello.
Però.
Però ogni volta che bussavo venivo apostrofata in malo modo, mi si faceva aspettare ore, la camera veniva lasciata in condizioni che nemmeno l’esplosione di una bomba avrebbe potuto uguagliare. Va bene, pazienza. Ma quando mi sono accorta che gli asciugamani sparivano allora ho pensato che maltrattata, umiliata, ma presa per fessa no.
Forse la famigliola pensava che siccome erano in cinque in una camera io non sapessi fare una semplice operazione di moltiplicazione: tre asciugamani per 5 persone = 15 asciugamani in bagno. Certo perché la cameriera non si accorge, la cameriera non sa contare, poverina altrimenti avrebbe fatto la ragioniera.

Ma la cameriera contare sapeva. E all’ennesima mala parola, all’ennesima porta sbattuta dalla teenager immedesimata nella parte di novella Paris Hilton, la cameriera ha deciso di rendere un po’ di equilibrio nel mondo. Sì perché la cameriera in questione, che di solito è molto gentildonna, ha trovato molto ingiusto che qualcuno, nel mondo, pensi di poter fare ciò che vuole solo perché è in vacanza. In vacanza vanno banditi educazione, rispetto per la dignità e il lavoro altrui? Non era un fatto personale, credetemi, ma un modo per rendere giustizia.
Ora, la cameriera-gentildonna ha forte fiuto. E sa che quando una persona crede di avere davanti il prototipo di lavoratore ignorante e forse anche analfabeta, si sente sicuro. Decisi di lasciarlo nella sua sicurezza. Di lasciarli tutti in questa sicurezza di ladri furbi e arroganti. Padre rozzo, madre rifatta, figlia che sembrava BB in astinenza da doccia, figlio senza qualità e piccolo mostriciattolo informe.
Ma nel mentre la cameriera sapeva della smodata voglia delle sua governante a fare bella figura col direttore rampante e in carriera, così, en passant, si lascia sfuggire la situazione, fingendo di non sapere come gestirla. La sera prima della partenza della Simpatica Famiglia le valigie vengono lasciate così ingenuamente aperte da lasciare esposte al mio sguardo e a quello della governante un paio di set di asciugamani.
Hanno dormito sogni tranquilli, credo, sicuri del colpo grosso quasi portato a termine. Già me li immagino vantarsi con gli amici.

Al mattino, all’atto del saldo del conto, però, gli viene chiesto se vogliono pagare anche gli asciugamani.
Gelo in sala, piccole proteste indignate ma poco convincenti. Poi scena madre di cliente offeso.
Domanda finale della governante: “Apriamo le valigie, allora?”
Silenzio. Sorriso accondiscedente e permesso di portare via il maltolto da parte del direttore che avrebbe soprasseduto.
Figuraccia pessima e umiliante impacchettata e portata a casa assieme agli asciugamani.

Morale della favola? Se non siete simpatici come Fiorello, evitate di puntare agli asciugamani. Soprattutto evitate di pensare di poter trattare le persone come volete perché pensate di essere superiori.
La superiorità a volte è relativa. Un topolino che entra in camera vostra, bruttino, silenzioso, preso a male parole da voi perché con la sua sola presenza rovina il patinato mondo irreale che avete attorno, potrebbe non essere come sembra. Potrebbe avere, incidentalmente, più potere di quanto crediate. Per lo meno quello di farvi passare i cinque minuti più imbarazzanti della vostra vita.

L’infermiera che fa la puntura al giudice, appunto.

Miss Jane tz

Senza respiro –

C’è un portatovaglioli, in sala mensa, che ha la forma di due uccelli speculari che si alzano in volo. La prima volta che lo vidi pensai alla Ghiandaia Imitatrice. Mi venne da sorridere, ma poi il sorriso mi si spense.

Non ho nessuno con cui condividere simili pensieri. Non ho, fra i miei colleghi, qualcuno che colga il senso di una citazione, che prosegua un pensiero, si illumini nel vedere lo stesso particolare.

Questo mio essere estranea all’ambiente che mi circonda ha un duplice aspetto. La solitudine e la possibilità, quindi, di concentrarmi su me stessa, sui miei pensieri. Vivo costantemente come fossi sott’acqua, trattenendo il respiro. E quando per caso incontro qualcuno che capisce ciò che intendo, che maneggia ogni giorno qualcosa di ulteriore, allora è come se attorno percepissi l’aria, i polmoni si aprono e respiro pienamente.

Capita di rado.

Perciò tutte queste immagini, a volte un po’ sciocche a volte più profonde, restano dentro di me, vagano, fermentano, ribollono fino a chiedere di uscire. Forse è per questo che mi ritrovo qui. Per permettere ai miei pensieri di trovare una collocazione, di uscire dalla mia testa esausta e posarsi. Trovare pace.

Capisco che il mio essere “diversa” possa mettere a disagio. Non rido sguaiatamente ai doppi sensi volgari, non mi esalto per una serata a base alcolica, non ammicco. Piuttosto commento una notizia, sottolineo una canzone, chiedo alle persone come stanno. Dico ‘permesso’ e auguro buona giornata, chiedo qualcosa per favore, ringrazio. Lascio dei cioccolatini sulla porta di una collega triste, faccio trovare il letto rifatto alla mia compagna di camera stanca. E superata la sorpresa di vedere che i miei gesti non richiedono nulla in cambio, mi si guarda con occhi stupiti e increduli. Qui dove tutti sgomitano e si fanno strada lasciando a terra i meno forti. Qui dove dare le spalle equivale a ciò che per un lupo sia lasciare scoperta la gola.

Ma non so essere altro che questa.

Colei che passa in silenzio e percepisce gli altri. Quella che fa tardi la notte, per recuperare le ore perse in questo lavoro triste riempiendosi gli occhi di parole belle, di letture che lascino entrare altri mondi. Quella che entrando in una camera sorride di tenerezza alla lettera d’amore lasciata da un ragazzo sotto il cuscino di Lei e la ripone perché la sorpresa non venga persa. Quella che posa con delicatezza gli orsetti lasciati dai bambini, che rispetta l’ordine delle macchinine lasciate a terra dopo uno scontro.

Non so essere altro che me stessa, e mi costa fatica e mi rende difficile conciliare la durezza del mio lavoro con la dolcezza che vorrei attorno.

La durezza di un lavoro ingrato che tiene la mia schiena piegata mentre la mia mente vola.

Miss Jane tz

Non vista –

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Quindici minuti.

E’ questo il tempo massimo concesso per pulire una camera. I clienti escono, vanno a vivere la loro giornata di vacanza e io come un topolino mi infilo di soppiatto e trasformo un luogo dove regna l’entropia in uno spazio in cui ogni cosa troverà il suo posto. Il primo passo è il letto. Cinque minuti, mai di più, qualsiasi cosa accada. La regola è di girarci poco intorno. No, non per modo di dire, ma sul serio è necessario avere metodo. I primi tempi era tutto un susseguirsi di spostamenti e di raddrizzamenti. Ora, dopo diciassette anni, sono capace di rifare un letto spostandomi al massimo un paio di volte, di adagiare un lenzuolo in modo perfetto sfruttando l’aria che si crea nell’aprirlo, senza doverlo più toccare.

Poi il bagno, cinque minuti.

Il resto del tempo serve a sistemare scarpe, vestiti sulle sedie, libri sopra i comodini. Infine si dà un ultimo sguardo e si chiude la porta.

Ma…

Ma in quei quindici minuti mentre scosto una sedia o sistemo un cuscino, i miei occhi vagano per la stanza e come una novella Auguste Dupin, cerco indizi che mi aiutino a capire la personalità di chi, per pochi giorni, abita quegli spazi.

I pigiami!

‘Lei’ di solito usa lunghe camicie da notte in finta seta, lui magliettine informi di un bianco generico e poco gradevole. O ancora, lei costosissima lingerie e lui pigiamoni con orsetti e fumanti trenini. Mi fa sorridere pensare alla discrepanza fra le coppie. Alle letture che sono agli antipodi, al telecomando che il più delle volte staziona dalla parte di Lui.

Potrei fare delle mini statistiche sul fatto che gli uomini scelgano spessissimo la parte più vicina alla porta – mi pare di aver letto che questa propensione riveli un’ inconscia voglia di fuggire – scelgono quella più lontana dall’eventuale culla.

In bagno la disposizione degli oggetti sulla mensola è per il 70% occupata da creme viso, fondotinta, orecchini, ompbretti, creme mani, creme piedi, shampoo, balsamo e via dicendo di Lei, mentre un piccolissimo spazio ospita spazzolino, rasoio, schiuma da barba. Invidio la capacità degli uomini di portarsi dietro l’indispensabile!

Be’ certo, una volta mi capitò di trovare un tipo con sei deodoranti diversi messi in fila con a fianco il rispettivo profumo abbinato, mentre dall’altro lato Lei aveva tutti oggetti di utilità per il loro bambino.

Che si possa fare psicologia spicciola sulla coppia partendo da una camera d’albergo?

Verbi –

Svegliarsi, guardarsi attorno. Essere ancora qui. Leggere quell’ultima pagina perché ieri notte crollavi, prima di spegnere la luce.
Capire quanti anni luce stai per attraversare, da Rilke a venti letti da rifare, quindici bagni da pulire, tre bocche da ascoltare, mentre parlano di nulla.
Cambiarsi in fretta, e passare dalla profondità della quiete alla superficie delle cose. Sorridere mentre dai il buongiorno alla persona che preferisce vedere le tue spalle,
per colpire.
Fare finta di non sapere.
Poi spolverare, sprimacciare, smacchiare, piegare, trasportare. Cambiare, sorridere a sconosciuti che servi per la settimana. Ignorare gli sguardi di superiorità, impilare, svuotare, declinare un commento, valutare un aiuto, iniziare.
Aprire, inorridire di fronte all’inciviltà, superare lo sconforto, pulire.
Scrostare.
Disinfettare.
Imprecare.
Pensare
a cosa si è fatto di male.
Pensare di essere fortunati ad avere un lavoro che fa pensare a cosa si è fatto di male.
Pensare a quanto lo si è cercato un lavoro. Anche se fa pensare a cosa si è fatto di male.
Per meritarselo.
Controllare.
Sentire
.
La schiena dolere, la mente volare.
Di voler cambiare.
Sopportare.
Sorridere, salutare
.
Rispondere alla stessa domanda.
Essere.
Sarda, lontana, cameriera, stanca.
Camminare, guardare, confrontare. Gioire alla vista di un libro, sembrare fuori luogo. Giustificarsi, spiegare che non è strano leggere.
Infuriarsi per gli stereotipi che vedono i lavori umili fatti da persone ignoranti.
Ricredersi.
Dedurre
che il mondo è ingiusto. Indipendentemente dalla propria cultura.
Scorgere troppe differenze.
Odiare il denaro.
Aver bisogno di denaro.
Disprezzare chi ha denaro.
Non trovare un compromesso.
Rinchiudersi fra scaffali di libri e musica jazz.
Sentirsi prendere in giro, perché ci si rinchiude fra scaffali di libri e musica jazz.
Guardare la propria vita scorrere.
Non trovare il modo di mettere le cose a posto.
Non trovare il libretto di istruzioni.
Abdicare.
Restare storditi dal nulla.
Leggere.
Spegnere
la luce.
Fingere
che non ci sia nulla
che
ti viene
a mancare.

Miss Jane tz

Sotto assedio –

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A volte mi sento come un castello sotto assedio.

Fermo, che resiste, mentre fuori in tutta calma la vita aspetta che io mi stanchi, che finisca le scorte di bellezza, poesia, incanto. Non è facile guardare il mondo con stupore mentre le giornate ti sottopongono ad un lavoro duro, umile, umiliante a volte. Pensare al libro letto la notte prima quando al mattino ti devi armare di guanti e detersivi. Non è il tipo di lavoro svolto, no. E’ tutto ciò che sta intorno. Perché so bene che ciò che faccio è paragonabile a ciò che la maggioranza delle persone fa. Un lavoro poco amato, mal retribuito, poco gratificante.

Ciò che mi scoraggia sono le collateralità.

Per fare questo lavoro lascio la mia casa, mi allontano dalla mia Terra che non sa offrirmi niente, che langue e si dispera nell’assoluto sfacelo. Sono costretta a mettere in valigia la mia vita più e più volte e spesso per destinazioni a me ignote. Non c’è niente di peggio che decidere che parte di te vuoi portare, fare una classifica degli oggetti più utili o a cui tieni meno, quelli che ti aspetteranno, quelli che desidererai avere accanto quando, sola, sarai lontana da casa.

E ora mi guardo attorno, e penso alle decine di luoghi a me estranei che mi hanno fatto da casa per qualche mese, dove ho dormito, sperato, atteso. Penso a quante colleghe hanno diviso gli spazi con me, quante vite ho sfiorato, quanti diversi linguaggi, culture. Per pochi mesi vivo una vita che non mi appartiene, vengo catapultata in un altrove spesso ostile e mi sistemo cercando di schivare ciò che mi può far male. Come l’arroganza. O la colpevole ignoranza che rende stupidi.

E io resisto. Un castello sotto assedio che tenta di procurarsi cibo per la mente, che legge la notte mentre gli altri vanno a ballare, che tenta di osservare il mondo senza lasciarsi sopraffare, che risponde agli attacchi di questo lavoro duro opponendosi con l’unica arma che ha a disposizione.

Il mio sguardo obliquo sulle cose.

Miss Jane tz

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L’Artiglieria della Vitalità

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‘Twas fighting for his Life he was –
That sort accomplish well –
The Ordnance of Vitality
Is frugal of it’s Ball.

It aims once – kills once – conquers once –
There is no second War
In that Campaign inscrutable
Of the Interior.

” Era per la sua Vita che stava combattendo –
Un compito da eseguire ad arte –
L’Artiglieria della Vitalità
È parca di Proiettili.

Mira una volta – uccide una volta – conquista una volta –
Non c’è una seconda Guerra
In quella Campagna imperscrutabile
Dell’Interiorità. ”

Emily Dickinson – J1188

Simbiotica –

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Eppure ci sono aspetti del mio lavoro che paiono esssersi posati sulla mia pelle, come polvere. Creando uno strato che lentamente si è uniformato a me e ora non saprei determinare più cosa nasca dalla mia indole o dagli anni passati fra i corridoi degli alberghi.

C’è questo mio modo di camminare rasentando i muri, in disparte, facendo meno rumore possibile. Indubbio che il mio carattere schivo e riservato abbia influito, come è indubbio che il mio lavoro mi chiede di essere quasi invisibile, di muovermi facendo poco rumore, arrecando il minor disturbo. C’è l’infinita pazienza, la volontà di capire chi mi sta davanti. Lo stare al mio posto.

E ci sono infiniti gesti che nemmeno saprei da dove mi arrivino. L’osservazione degli oggetti e la loro possibile implicazione nella vita degli altri, l’attenzione affinchè tutti i particolari siano precisi e in ordine. Una piega che non sia in asse, un oggetto fuori dalla griglia mentale su cui io riordino, una scarpa scostata dalla sua compagna, sono subito raccolti dal mio sguardo e riportati in linea dalle mie mani. E così finisco per rimettere a posto anche la vita degli altri, che puntualmente si accorgono dei miei sguardi e sanno che so cosa ci sia che non va. Affidano ai miei consigli le loro vite disordinate, sicuri che saprò capire da dove cominciare, quale sia il primo pezzo da rimettere a posto.

Fare ordine, rimettere in linea, sistemare.

Praticamente faccio la soul-housekeeper.

Miss Jane tz

Adattamenti

Esistono tre tipologie di donne che fanno il mio stesso lavoro.

Il tipo 1 – donne mature, fanno la cameriera da anni, conoscono il lavoro nei minimi particolari, ci convivono bene,  non hanno problemi perché conciliano la vita lavorativa e quella privata in maniera esemplare.
Si dividono in due sottocategorie: le cameriere italiane, generalmente con famiglia, sbrigano il lavoro velocemente e corrono a casa perché c’è sempre qualcosa da fare. Figli, auto da portare dal meccanico, nipotame sparso. La peculiarità è che sono del posto, quindi per loro il lavoro di cameriera non ha propriamente le stesse caratteristiche di chi lascia casa per mesi.
Se single hanno una vita piuttosto ripetitiva, mettono da parte un gruzzoletto per la loro vecchiaia, sognano di comprare casa. Dopo averla acquistata cercano un’altra scusa per continuare a partire, raramente ammettono che ormai la loro vita è dentro gli Hotel, fuori la giungla.
Sottocategoria due: le cameriere straniere. Il comune denominatore è quello del guadagno a tutti i costi per poter stare lontane da casa il meno possibile (come dare loro torto?). Generalmente però sopraggiungono necessità su necessità, figli che studiano, computer, appartamenti che “se lo compro poi mi pagano l’affitto e sto a posto” ma poi uno non basta e grazie al cambio gli appartamenti si moltiplicano. Insomma, le stagioni che dovevano essere solo tre o quattro diventano anni.

Tipo 2 – Le studentesse che devono racimolare in fretta un po’ di soldini per pagarsi rate/computer/libri.
Non sanno tenere uno straccio in mano e continuano a ripetere: “Tanto questo non sarà il lavoro della mia vita” come scusante per ogni cosa che non sanno fare e che finisce per pesare sulle spalle della collega di turno che ha un unico pensiero:  “Sì, vabbè, ho capito, intanto è il tuo lavoro di Adesso, muoviti…”

Tipo 3 – Le sognatrici. Sono quelle che hanno in mente l’arte, la scrittura, la creatività. Sognano di fare un lavoro più sulle loro corde, hanno speranze. Finiscono per fare la cameriera per una stagione, spinte magari dai genitori che “mentre trovi il tuo lavoro ideale, prova”. Si convincono presto che un lavoro duro e pieno di amarezza non fa per loro, generalmente a metà stagione hanno già in mente una strategia per cambiare la propria vita e buttarsi in un lavoro rischioso ma amato. In questo, fare la Cameriera è come una prova. Ti spinge a chiederti se rischiare sia così tremendo. Dopo una stagione ti convinci di no.

Be’ in effetti esisterebbe anche un Tipo 4… Io

Che sarei dovuta essere un Tipo 3 ma, non so come, finirò per essere un Tipo 1, sottocategoria uno. Sola e senza abbastanza fiducia nelle proprie capacità per dare un calcio a questa vita e inventarsene un’altra di sana pianta.

Eppure dentro ho infiniti universi. Ho stelle che brillano e un cuore che palpita.

Uscire dal guscio, una volta per tutte.

Volare, osare farlo.

Miss Jane tz

Immagine di Courtney Brims

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To rest –

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Trenta giorni.

Trenta giorni e domani avrò finalmente il mio primo giorno di riposo. Significa che nell’ultimo mese ho lavorato ininterrottamente ogni giorno con una media di nove ore fra letti da rifare, bagni da pulire, ceste di biancheria sporca da lavare, stirare, piegare e riportare di peso negli scaffali.

Mi sento un po’ come Martin Eden nella lavanderia che tanto lo farà sudare. E questo parallelo mi riporta all’ansia di cambiare vita, di lottare, faticare, accettare brevi compromessi perché si aspira a qualcosa di diverso, qualcosa che sia per noi come un vestito su misura, un capo cucito sulla nostra pelle, consono e calzante. Diversamente da Martin io non cerco l’accettazione sociale, la fama. Ho solo bisogno di un posto nel mondo che riconosca come mio, in cui possa esprimere me stessa.

La fatica annebbia i pensieri, rende i fatti esterni ininfluenti perché i dolori alla schiena, le mani screpolate, le gambe stanche sono ciò a cui si pensa più di tutto. È difficile tendere a migliorare la mente quando il corpo urla di stanchezza. Ma benché la mia vita abbia preso questa piega non ho intenzione di cedere. Ho sacrificato il fisico, la mente resta di mia proprietà.

Che Dio benedica Libri e Srittori, che mi permettono di “comprendere che non sono sola”.

Miss Jane tz